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La delibera di Consiglio Comunale resa ai sensi del DPR n. 2/1959 configura una vendita con riserva di proprietà e non una locazione con patto di futura vendita

La delibera di Consiglio Comunale emessa ai sensi del DPR n. 2/1959 (Norme concernenti la disciplina della cessione in proprietà degli alloggi di tipo popolare ed economico) configura una vendita con riserva di proprietà. L'acquirente non può essere considerato mero assegnatario.

Con sentenza n. 4728/2017 pubblicata il 13.11.2017, passata in giudicato, la Corte di Appello di Milano, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Monza, ha stabilito che il contratto di cessione in proprietà di alloggio popolare con pagamento rateale del prezzo non è un contratto di locazione con patto di futura vendita bensì una vendita con riserva di proprietà.

Nel caso in esame, un Comune Lombardo, con delibera del consiglio comunale resa ai sensi del DPR n. 2/1959, aveva deliberato "di cedere in proprietà agli assegnatari ….alloggi popolari a riscatto".

Il Giudice di prime cure aveva qualificato come "contratto di locazione con patto di futura vendita" la predetta delibera comunale, e, sul presupposto che l'assegnatario non avesse corrisposto tutte le somme dovute, aveva condannato l'assegnatario al rilascio dell'immobile oltre al pagamento di una indennità per abusiva occupazione dell'immobile.

Come anticipato, la Corte di Appello di Milano ha riformato la sentenza del Tribunale di Monza, accertando da un lato come l'assegnatario avesse corrisposto tutte le somme dovute e dall'altro qualificando come "vendita con riserva di proprietà" e non come "locazione con patto di futura vendita" la delibera del Comune interessato

Con il pagamento integrale del prezzo di vendita, conclude la Corte "si è verificata la condizione sospensiva per il trasferimento della proprietà dell'immobile" in capo all'assegnatario "senza necessità per l'assegnatario o per i suoi eredi di chiedere il riscatto".

Trovi l'articolo anche su:

http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoAmministrativo/2018-11-30/la-delibera-consiglio-comunale-emessa-sensi-dpr-n-21959-norme-concernenti-disciplina-cessione-proprieta-alloggi-tipo-popolare-ed-economico-configura-vendita-riserva-proprieta-115858.php

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30-11-2018
Il rispetto del termine di convocazione dell'assemblea condominiale

Con sentenza del 22.11.2018, il Tribunale di Lecco ha confermato il principio per cui tra l’avviso di convocazione dell’assemblea condominiale e la data di prima convocazione dell’assemblea, devono intercorrere almeno 5 giorni: l’avviso dunque deve essere ricevuto dal condomino almeno 5 giorni prima della data fissata per l’adunanza; non è dunque sufficiente che l’avviso sia spedito 5 giorni prima della data fissata per l’assemblea in prima convocazione.

Detto termine deve essere rispettato affinché “ogni condomino abbia il diritto di decidere con congruo termine se intervenire o meno all’assemblea e deve, quindi, essere messo in condizione di poterlo fare, con la conseguente necessità che l’avviso di convocazione, quale atto unilaterale recettizio, deve essere ricevuto nel termine stabilito dalla legge”.

Conclude il Tribunale: “la delibera andava annullata”.

Il Condominio è stato altresì condannato a rifondere le spese legali in favore del condomino.

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30-11-2018
Tempo Tuta e diritto alla retribuzione

Il tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro (c.d. “tempo tuta”) rientra nella fase preparatoria all’esecuzione dell’obbligazione di lavorare e deve essere retribuito quando risulti etero-diretto dal datore di lavoro

Così si è espressa la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza n. 19358 del 10 settembre 2010 in tema di diritto alla retribuzione di quel particolare periodo di tempo in cui il lavoratore indossa gli abiti da lavoro.

La Corte si è espressa in un caso in cui i dipendenti di una azienda avevano convenuto in giudizio il datore di lavoro per chiedere la corresponsione dell’equivalente di venti minuti di retribuzione giornaliera per 45 settimane a fronte del c.d. “tempo tuta”.

Nel caso di specie i lavoratori avevano esposto una particolare procedura a cui dovevano sottostare prima di iniziare la propria attività lavorativa. In particolare detti lavoratori dovevano in ordine:

  • transitare per un tornello apribile mediante tesserino elettromagnetico di riconoscimento;
  • accedere quindi allo spogliatoio;
  • indossare gli indumenti di lavoro forniti dall’azienda;
  • effettuare una seconda timbratura del tesserino prima di iniziare a svolgere le proprie mansioni;
  • al termine, i lavoratori dovevano effettuare una terza timbratura, accedere allo spogliatoio e passare una quarta volta il tessrino al tornello e finalmente uscire.

Il Tribunale di primo grado aveva respinto la domanda proposta dai lavoratori ritenendo che il tempo necessario per la vestizione non costituisse tempo di lavoro retribuito.

La Corte di Appello invece ha riformato parzialmente la sentenza di primo grado accogliendo le domande dei lavoratori nella misura del 50%.

La causa è stata dunque trascinata avanti la Corte di Cassazione che ha invece statuito il principio in epigrafe indicato: quando il tempo impiegato dal lavoratore per la vestizione è diretto dal datore di lavoro, deve essere retribuito.

La questione è piuttosto complessa ma proprio per la sua concreta applicazione in molte aziende del nostro territorio, necessita di essere approfondita.

Come noto, l’art. 1, comma 2° del D.Lgs. 66/2003, afferma che per orario di lavoro si intende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”; tuttavia durante la vestizione il lavoratore non è a disposizione del datore di lavoro e non è nell’esercizio delle sue attività.

La Corte di Cassazione nello sviluppo logico delle motivazioni della sentenza parte dalla distinzione tra attività propedeutiche e preparatorie allo svolgimento delle mansioni (fase preparatoria) e la prestazione lavorativa (fase finale).

Ebbene nel caso di cui si è detto, i lavoratori erano assoggettati all’etero-direzione del datore di lavoro, cioè anche nella fase di vestizione i lavoratori erano “a disposizione” del datore di lavoro ed infatti dovevano eseguire una serie di precise attività prima di vestirsi.

Quindi se il tempo impiegato dal dipendente per indossare gli abiti da lavoro è “diretto” dal datore di lavoro, tale periodo temporale rientra nell’orario di lavoro, è quindi lavoro effettivo e deve essere retribuito.

Tuttavia è necessario considerare altre aspetti.

Nella realtà è difficile pensare che il lavoratore, durante la vestizione, sia sottoposto al potere direttivo del datore di lavoro.

Durante la vestizione infatti il datore di lavoro non impartisce ordini atteso che la vestizione non comporta certo l’esecuzione di particolari attività se non quella ordinaria del vestirsi.

A nostro avviso dunque, la sentenza deve essere letta contestualmente ad un altro principio fissato dalla Corte di Cassazione con una sentenza del 1998 secondo cui nella fase di vestizione, la soggezione del lavoratore al potere datoriale sussiste solo “quando il contratto vigente o il codice aziendale regolamentino con estrema decisione la sequenza, all’interno del medesimo intervallo temporale, fra la fase della vestizione e l’obbligo di timbratura, scadendo i tempi della preparazione e quelli del susseguente accesso al turno di lavoro”.

Si deve dunque ritenere che qualora il tempo della vestizione sia libero, nel senso che il lavoratore gestisce autonomamente l’entrata in fabbrica, la timbratura, la velocità o meno di tali operazioni, allora questo spazio temporale non deve essere retribuito in quanto il lavoratore è sottratto da qualsiasi potere di controllo e direzione del datore di lavoro.

Invece se il prestatore di lavoro, in forza del contratto collettivo o individuale, è obbligato alla vestizione sul luogo di lavoro, secondo condizioni e limiti stabiliti dal datore di lavoro, la relativa operazione va necessariamente retribuita in quanto si manifesta come attività strumentale ed ausiliaria al corretto svolgimento dell’attività lavorativa. Infatti, nel momento in cui il lavoratore entra in azienda e, subito dopo, indossa la divisa secondo le direttive del datore, si realizzano contemporaneamente, le tre condizioni necessarie per configurare la nozione di orario di lavoro (art. 1, comma 2°, lett. a), D.Lgs. n. 66/2003): il lavoratore “è sul luogo di lavoro”, “nell’esercizio della sua attività e delle sue funzioni” ed è “a disposizione del datore di lavoro”.

Nel caso di specie, i lavoratori, come si è visto, avevano l’obbligo di timbrare il cartellino non solo all’entrata e all’uscita dell’azienda, ma anche dallo spogliatoio. I Giudici hanno quindi ritenuto l’assoggettamento dei lavoratori al potere etero-direttivo del datore di lavoro anche durante il periodo di vestizione.

Un altro criterio per stabilire se il periodo di vestizione debba essere retribuito potrebbe essere quello, come affermato dalla dottrina, di verificare la funzione assolta dagli abiti da lavoro, vale a dire verificare se le operazioni di vestizione assumono o meno natura necessariamente strumentale alla prestazione lavorativa.

Sul punto si ricorda la Circolare del Ministero del Lavoro n. 34/1999 che stabilisce che “gli indumenti di lavoro possono assolvere a varie funzioni:

  1. a) elemento distintivo di appartenenza aziendale, ad esempio uniforme o divisa;
  2. b) mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all'espletamento della attività lavorativa;
  3. c) protezione da rischi per la salute e la sicurezza”.

Secondo la dottrina più accreditata si può ritenere che nei casi indicati dalle lettere a) e c) il lavoratore ha diritto alla retribuzione del “tempo tuta” in quanto in questi casi l’attività di vestizione è strettamente necessaria e funzionale alla prestazione lavorativa.

Da un lato infatti il lavoratore soddisfa l’interesse del datore di lavoro nella cura dell’immagine dell’impresa, dall’altro si tratta di indumenti specificatamente destinati a proteggere la salute e la sicurezza del lavoratore e quindi rispondono all’esigenza di tutelare l’interesse del datore di lavoro a garantire la sicurezza sul luogo di lavoro.

Riassumendo, quando gli indumenti da lavoro assolvono ad una particolare funzione aziendale che può essere quella di dispositivo individuale di protezione ovvero di elemento distintivo dell’impresa, il tempo necessario alla vestizione deve dunque essere retribuito in quanto imprescindibilmente connesso alla prestazione di lavoro.

In tali casi, infatti, la relativa attività va considerata come attività prodromica alla prestazione lavorativa, assimilabile quindi agli altri obblighi necessari per consentire di prestare diligentemente e correttamente l’attività lavorativa

Peraltro in tali casi è bene ricordare che il datore di lavoro ha anche l’onere di mantenere tali indumenti in stato di efficienza (il Tribunale di Torino con sentenza del 03 agosto 2009 aveva riconosciuto il diritto al lavoratore di vedersi rifondere il costo della manutenzione del vestiario che il lavoratore aveva lavato, stirato e rassettato).

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29-11-2018
BUONO POSTALE: con clausola PFR il cointestatario può riscuotere anche in assenza di quietanza congiunta degli eredi

La Corte di Appello di Milano, presidente Santosuosso, con sentenza del 25.10.2017, confermando l'ordinanza ex art. 702 ter c.p.c. resa dal Tribunale di Lecco in data 23.03.2017, ha ribadito il principio secondo cui il cointestatario di un buono postale fruttifero con clausola PFR (assistito dall'Avv. Giuseppe Chiarella) può riscuotere interamente il buono postale senza la quietanza congiunta degli eredi del cointestatario premorto.
La sentenza della Corte di Appello di Milano appare molto importante in quanto trattasi del primo caso in cui la Corte di Appello di Milano si pronuncia sull'annosa questione oggetto del giudizio.
E' noto infatti come Poste Italiane s.p.a. continui a rifiutarsi di liquidare il buono postale fruttifero senza la denuncia di successione e senza la quietanza congiunta di tutti gli aventi diritto.
Il rifiuto di Poste Italiane s.p.a. è causa di gravi danni per il possessore del titolo che, nella stragrande maggioranza dei casi, è impossibilitato a reperire tutti gli aventi diritto nel caso di un contitolare del buono premorto.
Il consumatore quindi, visto il rifiuto opposto da Poste Italiane s.p.a., o accantona il buono con la consapevolezza di non poterlo più riscuotere oppure deve necessariamente chiamare in causa Poste Italiane s.p.a.
Non giova neppure la Giurisprudenza, spesso altalenante su casi simili a quello oggetto della pronuncia della Corte di Appello.
Ciò anche in quanto la disciplina dei buoni postali fruttiferi è stata soggetta a continue modifiche, abrogazioni, novità normative che hanno causato un "intrico normativo per nulla coerente con l'esigenza di certezza del diritto" (così Trib. Lecco, 23.03.2017).
Ma veniamo al principio espresso dalla Corte di Appello di Milano.
Secondo i Giudici milanesi: "ai buoni fruttiferi postali con clausola di pari facoltà di rimborso emessi antecedentemente all'entrata in vigore del D.M. 19.12.2000 debba applicarsi la disciplina contenuta nel D.P.R. n. 156/1973 e nell'art. 208 del regolamento di esecuzione del 1989. In applicazione della suddetta normativa, dunque, il rimborso del buono fruttifero non è subordinato ad alcuna particolare o specifica modalità di riscossione e consente al portatore e cointestatario del titolo, avvalendosi della clausola di pari facoltà di rimborso, di chiedere a vista all'ufficio postale di emissione il pagamento dell'intero importo del buono, comprensivo degli interessi maturati, senza che sia necessaria, anche nell'ipotesi di altro cointestatario del medesimo buono, la quietanza congiunta degli aventi diritto".
Pertanto, secondo la Corte di Appello, ai buoni postali con clausola PFR emessi prima dell'entrata in vigore del DM 19.12.2000 si deve applicare la disciplina contenuta nel DPR 156/1973 e nell'art. 208 del DPR 256/1989.
Infatti, afferma la Corte, la disciplina contenuta nell'art. 208 DPR 256/1989 risulta essere perfettamente aderente all'art. 178 del DPR 156/1973 (di cui il DPR 256/1989 costituisce il regolamento di esecuzione).
In applicazione delle norme citate, il rimborso del buono postale non è subordinato a nessuna particolare modalità di riscossione del buono consentendo quindi al portatore di chiedere a vista il pagamento dell'intero buono senza che sia necessaria, anche nell'ipotesi di decesso di altro cointestatario, la quietanza congiunta di tutti gli aventi diritto.
La sentenza appare particolarmente importante anche per altro motivo.
Infatti mentre il Giudice di prime cure ha ritenuto non applicabile al caso in esame (buono postale emesso nel 1984) la disciplina contenuta nel DPR 256/1989 in quanto entrata in vigore successivamente all'emissione del buono postale, ritenendo quindi solo applicabile il DPR 156/1973, la Corte di Appello ha invece ritenuto applicabile anche la disciplina contenuta nel DPR 256/1989 in quanto perfettamente aderente a quella contenuta nel DPR 156/1973.
Il predetto passaggio logico – giuridico è fondamentale in quanto Poste Italiane s.p.a. ha sempre ritenuto applicabile al caso in esame (e più in generale ai buoni emessi prima del 1989) la disciplina contenuta appunto nel DPR 256/1989.
La Corte tuttavia ha rilevato come, se è vero che l'art. 203 del DPR 256/1989 estende ai buoni postali fruttiferi la disciplina dei libretti di risparmio (secondo cui il rimborso a saldo viene eseguito con quietanza di tutti gli aventi diritto) è altrettanto vero come la medesima disposizione stabilisce che la predetta disciplina si applica sempre che "…non sia diversamente disposto dalle norme del titolo VI".
Proprio nell'ambito del titolo VI del DPR 256/1989, l'art. 208, con riferimento ai buoni postali fruttiferi prevede che "i buoni sono rimborsabili a vista presso l'ufficio di emissione…".

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28-11-2018